Matteo e Di Matteo

Guai a sottovalutare le minacce di Totò Riina. Certo, il boss è sepolto dagli ergastoli e dal carcere duro, sorvegliato giorno e notte dalle telecamere, guardato a vista da agenti veri e da finti compagni di cella, ma nella torva liturgia mafiosa basta veramente poco perché una parola si trasformi in una sentenza di morte. E guai, dunque, a sottovalutare le minacce a Nino Di Matteo, il pubblico ministero palermitano che Totò u’ curtu ha voluto trasformare, con minacce sempre più esplicite, nel suo principale nemico.
12 AGO 20
Immagine di Matteo e Di Matteo
Guai a sottovalutare le minacce di Totò Riina. Certo, il boss è sepolto dagli ergastoli e dal carcere duro, sorvegliato giorno e notte dalle telecamere, guardato a vista da agenti veri e da finti compagni di cella, ma nella torva liturgia mafiosa basta veramente poco perché una parola si trasformi in una sentenza di morte. E guai, dunque, a sottovalutare le minacce a Nino Di Matteo, il pubblico ministero palermitano che Totò u’ curtu ha voluto trasformare, con minacce sempre più esplicite, nel suo principale nemico.
Certo, Di Matteo è il pm di un processo – quello sulla fantomatica trattativa tra lo stato e i mammasantissima di Cosa nostra – costruito quasi esclusivamente sui giornali e per i giornali; un processo mediatico che, in quanto tale, ha bisogno della massima esposizione e di un “eroe” al quale intestare la titolarità dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra gli onesti magistrati di Palermo e le opache complicità romane, tra il cristallino bisogno di legalità e le torbide manovre della politica e degli apparati contro chiunque voglia portare a galla la verità.
Fino a febbraio dell’anno scorso, l’eroe della Trattativa era Antonio Ingroia che aveva tanto creduto nel suo ruolo da fondare un partito e candidarsi addirittura alla guida del paese. Ma finì come finì, e ora c’è Di Matteo. Attorno al quale gli stessi registi che prepararono la “discesa in campo” di Ingroia – parliamo del Fatto quotidiano – hanno organizzato, al cinema Golden di Palermo, una manifestazione di vicinanza e solidarietà. Una iniziativa sacrosanta: perché è fuor di dubbio che il pubblico ministero corra un pericolo reale ed è altrettanto certo che a una manifestazione, come quella messa in piedi da Antonio Padellaro e Marco Travaglio vada, al di là di tutto, riconosciuto il merito di tenere le luci accese su una emergenza dalla quale non ci si può distrarre. Ma c’è un ma. Sulle locandine che annunciavano la manifestazione del Fatto c’era solo la fotografia di Di Matteo. Invece su quella locandina, come sul palco del Golden, avrebbe dovuto esserci, anche e soprattutto, un altro magistrato della procura di Palermo: Teresa Principato, responsabile della direzione distrettuale antimafia di Trapani e tenacemente impegnata, da qualche anno, nella ricerca e nella cattura di Matteo Messina Denaro, il boss che dopo l’arresto dei corleonesi Riina e Provenzano, ha preso il comando delle più affilate cosche siciliane.
Per fargli il vuoto attorno, la Principato ha rinchiuso in carcere, meno di un mese fa, un gran numero di parenti e prestanome. E il boss – un boss che, a differenza di Riina, si muove con velocità ferina e armato di tutto punto da un angolo all’altro della Sicilia – ha risposto con minacce da far impallidire un reggimento di artiglieria. Ma al cinema Golden la Principato non c’era. E quelli che, a turno, hanno avuto sincere e appassionate parole di sostegno per Di Matteo non hanno avuto le stesse parole per la collega che insegue tra tanti rischi il super latitante Messina Denaro. Una innocente dimenticanza? Una incolpevole sottovalutazione? Tutto è possibile. E’ certo però che da qualche anno la Principato ha preso le distanze dal gruppo di testa che governa la procura di Palermo: è entrata più volte in conflitto con Francesco Messineo, capo dell’ufficio, e si è guardata bene dal fiancheggiare Ingroia nell’avventata costruzione del processo sulla Trattativa che, nell’ossessivo tambureggiare del Fatto, dovrebbe rappresentare la Norimberga di anni politicamente oscuri e inconfessabili.
Diaconi e suddiaconi dell’antimafia militante, in missione salvifica a Palermo, non potevano sfuggire a questo dualismo. E tra Nino Di Matteo, minacciato dall’ergastolano Riina, e Teresa Principato, minacciata da un capo dei capi ancora in circolazione, hanno avuto occhi e cuore solo per Di Matteo. E per la Trattativa fantomatica, in merito alla quale, ha detto il pg Roberto Scarpinato, gli articoli di giornale possono essere più importanti delle sentenze.